VOLTI E COMUNITA'
FOTO DI ANDREA BERNARDIS
14 NOVEMBRE 2009 > 30 GENNAIO 2010

Il progetto “Document Now 2009”, promosso da Le Monelle, si conclude questo anno con una importante mostra intitolata “Volti e Comunità” del fotografo Andrea Bernardis, che verrà inaugurata sabato 14 Novembre 2009 alle ore 18.30 presso il Palazzo “Di Piazza-Crapiz” nella Galleria OpenSpace Le Monelle nel centro storico di Gemona del Friuli.
“Document Now 2009” ci ha trasportato in un anno di reportage fotografici attraverso l’Africa, l’Oriente e l’India ma nella mostra di Andrea Bernardis si approda in Friuli incontrando, attraverso l’occhio della fotografia, i volti delle numerose comunità che vivono in questa regione. “L’azione di Andrea Bernardias, - spiega Walter Criscuoli - è la prima significativa esplorazione fotografica in queste comunità e, da questo punto di vista, gli va riconosciuto non solo il primato quanto la coscienza storica nell’aver saputo affrontare un tema così delicato e, oggi, tanto attuale”. La mostra rimarrà aperta sino al 30 Gennaio 2010 negli orari di apertura al pubblico del Salone Le Monelle visibili sul sito internet www.lemonelle.biz.
ANDREA BERNARDIS E I CONTINENTI DI UDINE
Introduzione a cura di Walter Criscuoli
In un lontano futuro, magari tra cento anni o anche più, uno studioso di Fotografia o un antropologo si troveranno davanti a questa serie di immagini di Andrea Bernardis. Lì per lì, sarà molto probabile che non ne colgano affatto il senso storico. Ma a noi, che da circa vent’anni stiamo assistendo al crescente fenomeno dell’immigrazione e alla trasformazione epocale di abitudini e atteggiamenti sociali, questa indagine fotografica offre l’opportunità di incontrare finalmente lo sguardo di altri uomini.
Ricordo che a Udine, solo trent’anni fa, incrociando un africano o un asiatico sperimentavo una sorta di curiosità che, oggi, non provo assolutamente più. Oppure ripenso alla metà degli anni Settanta, all’unico ristorante cinese in città che, isolato com’era, la sera, con la sua lanterna rossa e la fioca illuminazione in cui era calato, pareva avvolto in una dimensione esotica da un lato, e di malaffare dall’altro. Se lo raccontassi ai miei figli, non capirebbero nemmeno di cosa parlo e io stesso solo a fatica riesco a rievocare quella sensazione.
Oggi, in compenso, se costretto a un pasto veloce, non è affatto raro che mi fermi in uno dei tanti fast food etnici della città.
Eppure, lo riconosco, quasi mai mi domando da dove vengano queste persone, quali ricordi serbino in loro stessi e quale altro presente si siano lasciati alle spalle per arrivare sin qui.
Il punto sta proprio nel fatto che, in questo fermarsi a distanza di sicurezza, rimaniamo figure indistinte, l’uno straniero all’altro, pur in un continuo prudente sfiorarsi, che però non sfocia mai nella conoscenza o condivisione di alcunché. Invece, in questo momento come non mai, sarebbe necessario comprendere gli uomini, il tempo e il luogo che abitiamo. Per questo Andrea Bernardis ci offre l’occasione di compiere un primo passo di conoscenza e incontro.
La sua indagine fotografica, anche se pare svolta in Asia, in Africa, o nei Balcani, è stata interamente presa a Udine, o nei suoi dintorni, nel corso di tre anni di lavoro. Ma per svolgerla il fotografo ha dovuto prima guadagnarsi la fiducia di queste persone. Non credo sia stato semplice né per Bernardis bussare alla loro porta, né per queste comunità farlo entrare con la sua “ingombrante” presenza fotografica. Per queste persone, troppo spesso vessate da una serie indistinta di accuse e sospetti, è quasi naturale diffidare di chi potrebbe esporli di giudizi sommari.
L’azione di Andrea Bernardias è la prima significativa esplorazione fotografica in queste comunità e, da questo punto di vista, gli va riconosciuto non solo il primato quanto la coscienza storica nell’aver saputo affrontare un tema così delicato e, oggi, tanto attuale. Basta aprire un qualsiasi quotidiano locali o seguire i notiziari regionali per accorgersi della pressoché totale assenza di analisi di questo fenomeno, che pure così visibile e presente. Da questo punto di vista Bernardis compie un’azione di scoperta e conoscenza evidentemente scomoda, quasi imbarazzante per tutti coloro che, forse non sapendosi avvicinare alla questione, la rimandano. Parrebbe un’indagine persino antiborghese se non conoscessi il fotografo che, invece, non pare motivato da alcuna mira rivoluzionaria. Viceversa, compie un’azione di avvicinamento a uomini e donne che, finalmente, grazie alle sue fotografie, si lasciano osservare e riprendere mentre pregano, sorridono, si mettono in posa e ci guardano. Sicché ognuno, a suo modo, comincia a distinguersi e a tratteggiarsi per l’atteggiamento, psicologico in cui la società li accomuna, neanche fossero tutti uguali. E’ il taglio d’occhi, il colore o il costume differente che li assimila e fa sembrare (scrivo sembrare) differenti: il primo confine da superare è estetico, non di valori.
Bernardis presenta sostanzialmente una raccolta di ritratti. Per la maggior parte si tratta di istantanee colte sia in interni sia in esterni, Ma vi sono anche foto realizzate in studio, dove l’autore decontestualizza i suoi personaggi. Si tratta di un pacato punto di congiunzione culturale dove alla pericolosa genericità del concetto di noi / loro il fotografo contrappone un atteggiamento di osservazione, di ascolto e di dialogo che porta alla scoperta di una possibile realtà comune, che non è solo spaziale. Non sono immagini dove risalta il disagio sociale ma, se mai, la differente necessità di mantenere o veder riconosciuta la propria identità, insieme a un pacifico desiderio di vivere nel proprio privato una vita normale.
Si tratta di un’indagine fotografica a carattere sociale che si distingue per il volume di materiale raccolto, per l’attualità che affronta e mostra, ma anche per lo stile asciutto con la quale è svolta: stampe in bianco-nero, talvolta tagliate, sempre mascherate e sviluppate personalmente in camera oscura dall’autore.
Si tratta di una ricerca unica, dove la Fotografia ritrova tutta la sua capacità di portarci nella sua verità e nello sguardo di questo fotografo che cerca di portare in superficie tutto il suo sentire, di rendere evidente la sua storia di uomo nel ritratto dell’altro. |